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Il cuore di Franco Vázquez: Palermo, ricordi e l’ultimo viaggio del Mudo

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Franco Vázquez non è mai stato un calciatore qualunque. In Argentina lo chiamavano “El Mudo” per la sua riservatezza, ma la voce che oggi esce dal suo presente a Cremona è tutto fuorché timida. Nelle parole riportate dal Corriere dello Sport (intervista firmata da Giorgio Marota), emerge un Vázquez autentico, lucido, capace di raccontarsi senza filtri.

A 36 anni, il fantasista italo-argentino vive una fase della carriera che molti colleghi salutano molto prima. Lui no.

«Posso giocare fino a 40 anni», confida, quasi sfidando il tempo. E non sorprende: la passione che lo muove è ancora quella di un ragazzo che rincorre il pallone per strada.



🟥 Tra Italia e Argentina: due identità, un solo orgoglio

Nel racconto del Mudo c’è un privilegio raro: aver indossato le maglie di due nazionali.

L’Italia del padre, l’Argentina della madre. Una doppia appartenenza che lui vive come un regalo.

Sul presente dell’Albiceleste è sereno («c’è fiducia, c’è un gruppo che ha già vinto»), mentre sull’Italia si apre in un dispiacere evidente: “un altro Mondiale senza gli Azzurri sarebbe inconcepibile”.


Per Vázquez, la Serie A rimane il campionato più affascinante al mondo. Una frase semplice, ma che racconta quanto l’Italia abbia segnato la sua carriera.


🟥 “Il calcio è cambiato: meno fantasia, più muscoli”

In Italia, però, il calcio che ha ritrovato non è quello che ricordava.

Meno spazio ai numeri 10 puri, più ritmo, più duelli, meno libertà creativa.

«Dybala è uno dei pochi rimasti», dice quasi con malinconia. E nell’accostamento tra i due, inevitabile, c’è un legame che resiste al tempo:

si sentono spesso, si preoccupano l’uno dell’altro, si considerano fratelli.

A Palermo hanno costruito un duo irripetibile, un incrocio di talento e istinto che ancora oggi vive nei ricordi dei tifosi rosanero.


🟥 Il futuro: un cerchio da chiudere

Quando pensa a ciò che verrà, Vázquez non si nasconde: vuole tornare dove tutto è iniziato, al Belgrano.

Lì ha vissuto partite epiche – come quella che portò alla retrocessione del River Plate – e lì immagina la sua ultima pagina.


Non è solo nostalgia.

È appartenenza.

È l’idea che ogni viaggio debba chiudersi dove il primo sogno ha preso forma.


✍️ Articolo originale RosaneroHub, rielaborato dall’intervista del Corriere dello Sport (autore: Giorgio Marota).

 
 
 

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